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COME DIVENTARE CARDIAC PHYSIOLOGIST (SONOGRAPHER) IN UK.

Come annunciato, continua l’informazione sulla Professione di TSRM all’estero grazie alla pubblicazione su questo sito della Consulta Nazionale TSRM, di articoli scritti da colleghi che riportano la loro esperienza e i loro suggerimenti per il riconoscimento della Laurea TRMIR e su come cercare lavoro all’ester

Un primo articolo “LAVORO E RICONOSCIMENTO DELLA LAUREA NEL REGNO UNITO, è stato pubblicato il 24/06/2014 al seguente link: http://consultatsrm.altervista.org/lavorare-riconoscimento-laurea-nel-regno-unito/

Un secondo articolo “LAVORARE IN FRANCIA E COME FARSI RICONOSCERE LA LAUREA IN TRMIR” è stato pubblicato il 10/11/2014 al seguente link: http://consultatsrm.altervista.org/lavorare-in-francia-come-farsi-riconoscere-laurea-trmir/

Un terzo articolo “COME DIVENTARE SONOGRAPHER E LAVORARE NEL REGNO UNITO” è stato pubblicato il 06/01/2015 al seguente link: http://consultatsrm.altervista.org/come-diventare-sonographer-e-lavorare-nel-regno-unito/

Qui di seguito il quarto articolo dal titolo “COME DIVENTARE CARDIAC PHYSIOLOGIST (SONOGRAPHER) IN UK” scritto dal collega Alessio De Luca, Chief Cardiac Physiologist presso il Colchester General Hospital, Essex. Buona lettura!

 

Caro Francesco,

come mi hai richiesto, di seguito riporto la mia esperienza come Cardiac Physiologist (sonographer) nel Regno Unito.

Come diventare Cardiac Physiologist (Sonographer) in UK.

Sono un trentenne del sud Italia come tanti, sono laureato in Scienze biologiche all’Università di L’Aquila con Laurea Specialistica in Biotecnologie mediche all’Università di Firenze.

Ho frequentato per più di 7 anni l’Agenzia di Medicina dello Sport dell’ospedale di Careggi a Firenze diretta dal prof. Giorgio Galanti, dove ho imparato e mi sono formato come sonographer cardiaco, sotto la supervisione di dottori e cardiologi che mi hanno eccellentemente insegnato la tecnica e i segreti dell’ecocardiografia. Ho pubblicato decine di articoli scientifici grazie al loro aiuto e collaborazione e ho concluso un dottorato di ricerca in Scienze Fisiologiche e Nutrizionali.

L’intero percorso di formazione è stato il frutto del visionario piano di un cardiologo all’avanguardia, il prof. Amedeo Modesti, che ha cercato di far sorgere questa figura anche in un Paese così restio ai cambiamenti come il nostro. Anche se la mia vita sociale era all’acme, mi trovavo costretto a lavorare la mattina in ambulatorio per misere borse di studio e come cameriere la sera per arrotondare un po’. Ad un certo punto, ho capito che non c’era spazio per le mie competenze scientifiche in un Paese come l’Italia e mi sono trovato costretto a decidere di fare un grande salto nel buio.

Ho contattato un’agenzia inglese di recruitment tramite il sito LinkedIn, che mi ha quasi subito informato dell’opportunità di lavorare in un ospedale inglese. Mi hanno inviato quello che si può definire una sorta di “bando di concorso” e in più un lungo elenco di documenti che avrei dovuto preparare e tradurre in inglese. Documenti che prevedevano non solo i titoli e percorso di studio, il curriculum e le eventuali pubblicazioni, ma anche tutta una serie di immunizzazioni a malattie quali morbillo, varicella, rosolia, etc etc. Fortunatamente ero immune a quasi tutto tranne la rosolia e la turbercolosi e proprio quest’ultimo è stato quello più complicato da risolvere perchè in Italia, salvo casi particolari, non effettuano più il vaccino contro la TBC.

Hanno trovato subito loro la soluzione facendomi fare il vaccino anti-TBC direttamente in UK il giorno dopo essere arrivato e quello della rosolia in ospedale. Per quanto riguarda la presentazione, hanno chiesto due referenti e io ho comunicato i contatti di due dottoresse che lavoravano con me nell’ospedale di Careggi. Sono state ricontattate e gli è stato chiesto di compilare un questionario su di me. Una volta raccolti tutti i documenti, li ho fatti tradurre in inglese, li ho fatti autenticare dal Tribunale di Firenze e li ho inviati. Un paio di settimane dopo ho raccolto le mie cose, ho lasciato famiglia, amici, la mia band e i miei amori per salire sull’aereo che mi portava verso questo nuovo inizio.

Qualche utile consiglio: il primo impatto.

L’agenzia Mediplacement (o forse il destino) mi ha prenotato un accommodation (una stanza in una serie di depandance) e mi ha impiegato per un contratto come locum (una sorta di libero professionista) nel General Hospital di Colchester, antica città di origine romana di appena un centinaio di migliaia di abitanti a est di Londra, precisamente nel Cardio Respiratory Department di questo piccolo ospedale che raccoglie le utenze di tanti altri comuni intorno.

Gli impiegati dell’agenzia, colmi di un’educazione e comprensione impressionante,  hanno inoltrato le pratiche di tutti i documenti necessari per lavorare nel Regno Unito e mi hanno messo in mano un foglio con tutte le “istruzioni per l’uso” di ciò che avrei dovuto fare per iniziare il lavoro. Sembra poco? Posso assicurare che non lo è, quando ti trovi da solo in terra straniera. Non solo: la gente rispetta le file, rispetta la vita umana, si mostra cordiale, sorridente anche sul posto di lavoro, alleviando il peso della giornata. Lavora quando c’è da lavorare e si diverte quando c’è da divertirsi (anche se, bisogna dirlo, è pur sempre un Paese con una cultura diversa per cui anche nel divertirsi hanno regole diverse dall’Italia e questo bisogna considerarlo). Tutto questo fa la differenza, perchè quando c’è rispetto per il prossimo a partire dalle piccole cose, si vive anche meglio.

Ho iniziato a lavorare come locum per passare poi al tanto agognato permanent job (contratto a tempo indeterminato), quello che in Italia era sempre stato un miraggio per me. L’unica cosa che si è fatta aspettare è stato il CRB (Criminal Records Bureau), un certificato rilasciato dalla polizia senza il quale non puoi svolgere esami da solo con il paziente e infatti qualcuno dei miei colleghi doveva essere con me. Una volta ricevuto per posta, però, mi hanno lasciato libero di svolgere da solo le ecografie. 

Lavorando come locum si guadagna di più, ma mancano le garanzie del contratto a tempo indeterminato (ferie pagate, malattia, etc.). Questo, però, dipende dalle aspirazioni che si hanno.

Per dare un’idea: il sistema gerarchico di retribuzione nell’NHS (il sistema sanitario inglese) è diviso in bande da 1 a 9 a retribuzione crescente e solitamente, in base all’esperienza maturata nella mansione ed ai titoli, si viene ammessi in una di esse. Io sono stato assunto direttamente in banda 7 e dopo pochi mesi sono diventato Head of Echo (capo degli ecocardiografisti del dipartimento). Questa non è una forma di vanto, ma è per sottolineare come, paradossalmente, gli anni spesi in Italia per la mia formazione non mi permettessero neanche di avere il posto fisso…

Come si diventa e quali sono le mansioni di un cardiac physiologist?

Esiste una sorta di riconoscimento ufficiale che sarebbe l’accreditamento BSE (British Society of Echocardiography), un esame paragonabile al nostro esame di Stato, ma tutto improntato sull’ecocardiografia, costituito da una parte scritta a risposta multipla e da una pseudo-pratica che consiste nella raccolta e presentazione di 5 casi clinici specifici per determinate condizioni.

Non è facilissimo, ma nemmeno impossibile. Per affrontarlo servono un po’ d’esperienza maturata nell’ecocardiografia e la comprensione corretta della lingua inglese, dal momento che le risposte sono molto simili tra di loro. L’accreditamento può essere fatto in due specifici mesi dell’anno e ognuno decide quando farlo. In realtà è molto utile perchè rappresenta una certificazione ufficiale con cui si possono svolgere autonomamente le ecocardiografie. Tuttavia, non sempre è richiesto per lavorare come cardiac physiologist, dipende dagli accordi interni.

I cardiac physiologists hanno un ventaglio di mansioni a cui possono dedicarsi. Tutto dipende dalle aspirazioni di ognuno, ma fortunatamente non dalle competenze, in quanto è sempre possibile acquisirne di nuove sul posto di lavoro e il tutto gratuitamente.

Le mansioni che un cardiac sonographer può svolgere sono: ecocardiografie trans-toraciche e assistenza nelle trans-esofagee, controllo pacemakers, assistenza nell’impianto/espianto dei pacemakers, assistenza nelle agiografie, lettura degli apparecchi Holter di registrazione delle 24 ore, assistenza agli esami da sforzo con tapis roulant, esami di funzionalità respiratoria.

Il mio lavoro principale è l’ecocardiografia, ossia eseguo e referto (con tanto di firma!) esami ecocardiografici di base su pazienti di liste esterne e pazienti ricoverati. Personalmente, grazie alla mia esperienza e ai miei obiettivi, ho scelto di ampliare il campo in modo da variare le mansioni giornaliere ed infatti (in collaborazione con primari, infermieri specializzati e tecnici) eseguo anche ecocardiografie da stress con dobutamina, assisto l’ecografie trans-esofagee, eseguo e referto bubble studies e studi con contrasto. Da pochi mesi, dal momento che il mio dipartimento lo permette, ho iniziato a seguire la parte di Cat-lab & Pacing nella quale eseguo il follow up di pacemakers e reveals e assisto (in collaborazione con primari e infermieri specializzati) all’impianto/espianto e cambio di pacemakers e reveals ed esecuzioni di angiografie.

Sono partito pensando di sapere abbastanza e mi sono reso conto che continuo ad imparare tante cose che difficilmente avrei appreso in Italia. Insomma, ce n’è per tutti i gusti.

Qual’è il rovescio della medaglia?

Come in ogni cosa, anche esperienze come questa hanno il loro lato negativo. Per quanto l’inglese l’avessi studiato, c’è una cosa che posso confermare: una volta sul posto, non basterà mai alcun corso dispendioso o meno che permetta d’imparare a comprendere la lingua se non il praticarla e, infatti, il primo grandissimo problema è stato proprio il capire quello che la gente inglese mi chiedeva per via degli accenti e dei dialetti che anche noi abbiamo in Italia e che non insegnano in nessuna scuola, così come il rispondere loro nel modo corretto e comprensibile. Questo mio appunto, però, non deve scoraggiare. Anche se inizialmente si appare palesemente disorientati ad ogni loro discorso, la gente si sforza di capire. A me, molti di loro ancora insegnano a capirli e a parlare.

Ci sono, poi, altre due cose di cui si sentirà la mancanza una volta arrivati: il bel tempo e il buon cibo della cucina mediterranea. Questione d’abitudine per entrambi (anche se personalmente preferisco cucinare da me e in questo modo si risolve buona parte del problema). Purtroppo, però, un certo prezzo bisogna anche pagarlo per avere dei risultati. Ho rinunciato davvero a molto lasciando il mio Paese e tutt’ora non ne sono pentito.

Ultime considerazioni.

Per chiudere questo breve excursus sul cardiac physiologist nel Regno Unito, voglio lasciare un consiglio e un parere.

Inutile avviarsi a intraprendere una nuova vita come cardiac sonographer se non esiste in noi la devozione al lavoro e in particolare a questo lavoro. A differenza dell’Italia, nel Regno Unito esiste ancora la parola meritocrazia e non solo nel vocabolario. Per cui chi lavora ottiene riconoscimenti e risultati di carriera. Da sola, però, non garantisce il successo, nel senso che bisogna guadagnarsela, partendo con l’intenzione di spostarsi per dedicarsi seriamente al lavoro, non al “provare se va e poi si vedrà…”. L’indecisione costa cara.

Il parere, invece, è legato alla classe medica italiana.

Ho notato che sul piano teorico, l’Italia è molto capace a formare le persone in ogni campo e di ogni grado, ma non permette loro di sfruttare queste competenze e non per mancanza di spazio.

Se nel Regno Unito un Cardiac Sonographer può svolgere le mansioni che ho descritto e di cui sono testimone, non è chiaro perchè non possa anche in Italia, a meno che non ci sia un ostruzionismo di natura politico-economica.

Gli italiani non sono stupidi, anzi forse sono davvero ottimi cervelli. Il problema è che sono gli italiani stessi a non dare una possibilità e a metterli “in fuga”. Un esame di coscienza, aprirebbe molti occhi.

In bocca a lupo a tutti.

Alessio De Luca

Chief Cardiac Physiologist

Colchester General Hospital, Essex.

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5 Risposte a “COME DIVENTARE CARDIAC PHYSIOLOGIST (SONOGRAPHER) IN UK.”

  1. Egregio collega Dr. Selliti, mi chiamo Cristian Fichera ed ho letto pocanzi la lettera del direttore della rivista “Il Radiologo” e per l’ennesima volta rimango sconcertato sulla supponente baronia dei medici, che per paura di perdere parte del potere, rimangono avversi ed ostili ad una crescita culturale e professionale del comparto non medico che intende intraprendere la carriera di Sonographer.
    Io mi sono diplomato come TSRM nel 97′ e dopo qualche anno di lavoro mi sono appassionato alla nostra professione. Mettendo impegno e sacrifici, nel 2007 ho ripreso in mano i libri ed ho conseguito la Laurea in TSRM, poi ho fatto un Master di Coordinamento e successivamente ho conseguito la Laurea Specialistica/Magistrale in “Scienze e Tecniche Diagnostiche”, ed infine ho dedicato, gli ultimi 2 anni, agli studi dell’esame ecocardiografico.
    Ho iniziato prima come autodidatta (in quanto la nostra categoria è già abilitata all’ utilizzo degli ultrasuoni “Vedi nostro profilo professionale”) e poi ho conseguito il Master in Ecocardiografia per diventare un Cardiac Sonographer.
    E’ inammissibile che dopo sette anni di duro lavoro ed impegno/studio universitario, si venga ancora considerati degli “zerbini schiacciabottoni/portacaffè” alle dipendenze dei Radiologi.
    Questa storia deve finire è giunto tempo di adeguarci, “tutti”, agli standard europei dove il ruolo del Sonographer è di estrema importanza per i tanti motivi di cui sono testimoni colleghi come il Dr De Luca Alessio e il Dr D’Abate Fabrizio. Testimoni di una realtà lontana anni luce da quella italiana. Eppure loro sono lì, a 1500Km che impongono le loro capacità/ skills ed intelligenza per affermarsi, neanche come Sonographer ma addirittura come Clinical Scentist: “Eseguono l’esame , lo refertano, e lo firmano senza la supervisione di nessuno”. Beh la mia domanda è questa:” che differenza c’è tra il nostro sistema sanitario e quello dei paesi anglosassoni?”. La risposta è semplice: ”i medici italiani” che con la loro mentalità massonica fungono da tappo al flusso dell’innovazione della ridistribuzione delle competenze e delle responsabilità.
    Io sono pronto, caro collega, a battermi insieme a te e tanti altri per riscattare quei diritti che, nonostante tanti anni di studio, non siamo riusciti ad ottenere, forse il primo passo è proprio quello di istituzionalizzare la figura del SONOGRAPHER.
    Augurandoti un buon lavoro ti saluto
    CF

  2. Gent.mo Collega,
    anche tu pensi che il “male” stia da una sola parte?
    Questi “medici cattivi” che proprio non vogliono farci crescere! SIAMO NOI TOTALMENTE INCAPACI DI PORTARE ACQUA AL NOSTRO MULINO…22 anni che sento le stesse stupidaggini (NOI VORREMMO, NOI POTREMMO …ma cosa? Se lavoriamo sotto delega di un’altro professionista!
    Francesco Sciacca, PhD

  3. Egregio collega, mi dispiace per il tuo pensiero e con i tuoi presupposti si rimarrà sempre fermi. Posso anche capire che non avere responsabilità e competenze può essere sinonimo di comodità
    saluti

  4. Secondo me in 22 anni di cose ne sono cambiate, ma è arrivato il momento, come dici tu, di lavorare senza deleghe ed in modo autonomo con libertà di esprimersi e decidere sul proprio operato.
    Le critiche, servono a poco. Non c’è più tempo per aspettare che qualcuno cambi le cose. Questo gruppo è nato per ” FARE” e non aspettare.

  5. Carissimo Cristian,
    appoggio il tuo pensiero. Da soli non si cambia nulla, mi chiedo se i tuoi colleghi siano pronti a combattere per acquistare i diritti che vi spettano. Considerando che su 2000 persone che hanno letto i nostri articoli sei il solo a commentarli un po’ di dubbi mi sovvengono. Unitevi e scrivete alle istituzioni.

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